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Dai nativi digitali alla nuova era: come i bambini di oggi stanno crescendo con l'intelligenza artificiale

L'89% dei minori italiani utilizza l'IA generativa. Non si tratta piu' di insegnare a trovare informazioni, ma di sviluppare il senso critico.

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Ho trent'anni e faccio fieramente parte di quella generazione che i sociologi hanno battezzato "nativi digitali". Sono cresciuto a cavallo tra l’arrivo di internet e le connessioni veloci, ho vissuto l'esplosione dei social network sui banchi di scuola e ho sempre dato per scontato che, per qualsiasi dubbio, ci fosse un motore di ricerca pronto a fornirmi una lista di link tra cui spulciare. Per noi la tecnologia è stata la finestra sul mondo.

Eppure, guardandomi attorno oggi e osservando le generazioni più giovani, mi rendo conto che quel paradigma sta già invecchiando. Stiamo assistendo a un nuovo, silenzioso ma radicale salto evolutivo. I bambini e i ragazzini di oggi stanno vivendo l'Intelligenza Artificiale esattamente come noi abbiamo vissuto l'avvento di internet e dei social: non come un software da studiare o una novità di cui stupirsi, ma come un'infrastruttura ovvia e scontata del loro quotidiano, sin dalle scuole elementari.

I numeri della ricerca: l'Italia è in cima all'Europa

Per capire davvero a che punto siamo, bisogna guardare i dati. E i dati più recenti e significativi arrivano da un'indagine a cura del network EUKidsOnline, una rete di ricerca multinazionale e multidisciplinare che studia il rapporto tra bambini, ragazzi e tecnologie digitali. Lo studio ha coinvolto ben 25.592 bambini e adolescenti tra i 9 e i 16 anni per la parte quantitativa, abbracciando 17 Paesi europei.

Quello che emerge sull'Italia è sorprendente e ci posiziona ai vertici europei. Nel nostro Paese, l'utilizzo dell'AI generativa tra i minorenni è all'89%, contro una media europea che si ferma al 72%. L'Italia si posiziona al quarto posto assoluto per diffusione, subito dopo Repubblica Ceca, Austria e Belgio.

La ricerca sfata anche il mito che l'AI sia "roba da grandi" o per pochi privilegiati: le differenze di genere e di status socioeconomico degli utenti sono definite "minime". A fare la differenza è solo l'età, con una curva che cresce in modo spaventoso: l'uso costante passa dal 70% delle bambine e dei bambini di 9-10 anni per arrivare a un quasi totale 98% tra i 15-16enni. In sintesi, se hai 15 anni oggi in Italia, usi l'AI. Punto.

Il declino della ricerca classica e il "tutor personale"

Ma per fare cosa? È qui che noto la differenza più forte con la mia generazione. Noi cercavamo fonti; loro cercano risposte.

Secondo i dati di EU Kids Online, il 44% dei ragazzi italiani ha dichiarato di aver usato l'AI per "riassumere o spiegare testi lunghi". In generale, il report sottolinea come l'intelligenza artificiale venga vista a tutti gli effetti come un "tutor personale disponibile 24 ore su 24". L'obiettivo principale è pragmatico: "rendere i compiti più veloci e facili".

C'è un passaggio chiave nella ricerca che fotografa il momento storico: molti ragazzi considerano l'AI "una versione migliorata di Google, poiché fornisce risposte dirette senza dover consultare diverse fonti". Per chi è cresciuto con l'idea che la media literacy significasse aprire cinque link diversi per confrontare le informazioni, questa delega totale della sintesi a una macchina rappresenta un cambio di prospettiva enorme.

L'aspetto più intimo: chiedere consigli alla macchina

Se l'uso scolastico era prevedibile, c'è un altro dato che mi ha spinto a guardare indietro per capire dove stiamo andando. I ragazzi italiani, molto più dei loro coetanei europei, usano l'AI per questioni intime e personali.

Il 20% dei nostri giovani (contro una media europea del 15%) chiede all'AI "consigli sulla salute o sul fitness". Ancora più d'impatto è scoprire che il 24% la utilizza per "preoccupazioni e questioni personali". Un ragazzo su quattro usa una chat sintetica per affrontare ansie o dubbi privati. Trova dall'altra parte dello schermo un confidente che non giudica, non si stanca e ha sempre una risposta pronta.

Guardando avanti: cosa significa tutto questo?

Da nativo digitale a spettatore di questa nuova era, credo che non abbia senso fare allarmismi sterili. La tecnologia non si ferma. Tuttavia, questi dati ci obbligano a fare i conti con la realtà.

Se i ragazzini di oggi non devono più fare lo sforzo di cercare e confrontare le fonti perché hanno un "tutor h24" che confeziona loro la risposta perfetta pronta all'uso, e se trovano nella macchina persino un supporto per le loro ansie personali, quali sono le competenze che dobbiamo aiutarli a sviluppare?

Probabilmente la sfida non sarà più insegnare loro a trovare l'informazione, ma insegnare loro a non fidarsi ciecamente di chi gliela porge anche se splendidamente confezionata. Educarli a fare le domande giuste a sé stessi, alle macchine e agli altri, preservando il valore insostituibile del confronto umano, soprattutto quando si tratta di temi personali. Loro sono già un passo nel futuro; sta a noi adulti (anche a noi giovani adulti) fare lo sforzo di raggiungerli per non lasciarli dialogare da soli con le macchine.